di
Andrea Cioschi
Il tuo più recente lavoro, Adamo, presentato in occasione del Festival
Internazionale della Performance presso la Centrale Idroelettrica di
Fies a Dro, è una performance in cui è chiara l'intenzione di ridefinire
l'uso del linguaggio del corpo. Come è nato e si è sviluppato?
Adamo è al momento il culmine di una ricerca rivolta al Sacro. Un'opera
percepita come sacra si sposta naturalmente in un altro livello della
percezione, dinnanzi ad essa ci si inchina, la si bacia, ma può anche
diventare causa di sanguinosi scontri. Il corpo di Adamo è l'oggetto
che unisce le religioni Ebraica, Cattolica e Mussulmana, ovvero l'uomo
nella sua purezza e onestà. Al di là degli sviluppi concettuali, il
corpo è il corpo; ciò che lo rende eccitante è il modo in cui viene
reso sacro. Ogni spettatore della performance Adamo vede il corpo nudo
dell'uomo che legge i passi dedicati alla Creazione, lo si vede frontale,
di lato e di spalle. "Dio creò l'uomo di argilla finissima"…una scultura,
un oggetto d'arte, che in vari angoli del mondo viene interpretata e
vissuta in modi diversi.
Attualmente si vedono molte performance che sembrano ignorare
il lavoro degli artisti che hanno fatto del corpo il proprio strumento
di ricerca privilegiato. Adamo, al contrario, pare nascere proprio dalla
tradizione di un corpo che nell'arte si rinnova…
Credo che quanti più accessori un artista utilizzi tanto più sia
misera la sua opera. Riguardo la tradizione del nudo nell'arte è innegabile
una certa assuefazione, ma eccedere negli effetti speciali è un altro
torpore. Oggi un corpo nudo non basta a saziare la curiosità o l'interesse
della gente. Da Gina Pane a Rudolf Schwarzkogler, da Herman Nitsch a
Franko B, il percorso appare chiaro: non super uomo ma carne da studiare,
da interpretare, da macello. L'oggetto corpo è un oggetto sentimentale
e crudele. Negli anni Novanta abbiamo avuto la sensazione che un corpo
modificato potesse portare ad una certa evoluzione dell'uomo. Abbiamo
percepito la protesi come la chiave dell'immortalità, ma non della ragione
d'esistere. Dopo la parentesi "extraterrestre" rappresentata da Mariko
Mori, l'artista pare essere sceso dalle nuvole. Siamo punto e a capo,
ma con un'esperienza fisica in più.
Quali sono gli artisti che ami di più?
In questo periodo sono molto preso da quegli artisti anonimi che
nell'era megalitica innalzarono Menhir, Dolmen e Tombe dei Giganti.
Dopo i grandi capolavori dell'arte più conosciuta, davvero queste pietre
di 4000 anni fa mi emozionano tanto.
Il tuo lavoro ha a che fare con la provocazione?
Si, provoco con la bellezza e la perfezione. Sono per natura presuntuoso,
creo un'opera e penso che sia eccezionale. Questo atteggiamento è provocatorio,
ma credo che faccia parte di ogni artista. Quando mi metto al lavoro
non penso ad un risultato finalizzato alla provocazione, penso ad un
capolavoro e seguo quella direzione. Poi l'opera finita deve diventare
indispensabile per il mondo.
In deCARITATE ti sei mosso sul confine tra performance, installazione
e scultura. Il linguaggio dell'arte del futuro è un ibrido?
Probabilmente si, ma non ne sono certo.
Come si rapporta deCARITATE con le proposte di public art che stanno
spopolando di questi tempi?
Male, appare come qualcosa che non segue il passo veloce dell'elettricità,
tra l'altro niente gioco enigmistico, niente post-punk né acrobazie,
solo gesti che riportano ad un'iconografia abusata. Niente di avveniristico,
solo la decostruzione di un linguaggio che incute sentimenti contrastanti:
odio, compassione e fuga. Questo è quello che si prova davanti ad una
mano che pateticamente chiede soldi. Non è il concetto di carità che
metto in discussione, ma la sua pratica, il suo spettacolo. In effetti
davanti ad una donna piegata inverosimilmente sull'asfalto con le mani
unite che implorano aiuto, penso subito ad un atto esagerato, spettacolare.
Poi, più è pietosa più incassa; più eccede nella ostentata sofferenza
e più entro in conflitto. Nella mia ricerca ho scoperto varie "scuole"
dell'elemosina: la zingara, la russa, l'europea... Ovviamente la nostra
è molto concettuale: un uomo porge la mano e ripete "Ho bisogno di soldi"
con una voce volutamente nasale. Le zingare invece ti guardano negli
occhi mentre assumono una posizione lirica, i russi si coprono gli occhi
con una mano, per provare la loro dignità.
Che cos'è il rischio?
Un artista contemporaneo rischia di soccombere al caos mediatico.
Un altro rischio è rappresentato dal "prosciutto sugli occhi", quell'atteggiamento
un po' simile a: "io non c'ero, io non so, non ho visto". Pare che l'artista
contemporaneo vada avanti a tranquillanti e anestesie locali.
E nell'arte è importante rischiare?
Nell'arte è una componente tecnica, rientra nell'ingegno dell'artista.
Raramente prevede la morte, ma la si rappresenta spesso. Rimbaud, suo
malgrado, mi ha educato bene e Pasolini ha fatto il resto...
Nei video ti concentri quasi sempre su una singola figura, come
se ne stessi delineando un ritratto con gli strumenti più avanzati che
consente la tecnologia…
Pittura, fotografia e cinema, è il percorso che ho seguito. La maturità
l'ho raggiunta col cinema, realizzo ritratti a tempo con una striscia
sonora. Quando dipingevo avevo l'oggetto sempre davanti al mio sguardo,
dormivo e mi svegliavo con il quadro di fronte, un supplizio. Dipingere
era un ossessione, cosa, come e perché dipingere erano i miei quesiti
quotidiani. Finita l'opera prendevo uno straccio e toglievo tutta la
materia in più... Risultato? Sembrava una serigrafia, a quel punto ho
preso un coltello e ho martoriato la tela, fatta a pezzi e bruciata
in via del Lazzaretto a Bologna nel 1997, me lo ricordo benissimo, le
altre le ho buttate nel cassonetto di via Pietralata sempre a Bologna.
Tuttavia è mia intenzione avvicinarmi al pennello quando sarò più sereno.
Come scegli i protagonisti dei video, delle performance e delle
serie fotografiche?
Mi verrebbe da dire che sono loro a scegliere me. In un autobus
ho incrociato il protagonista di Fabio, che poi si chiama Fabio. All'Università
ho incontrato Giorgio; durante un pranzo Anna.... e così via. Ogni volta
che questi sconosciuti mi hanno detto di sì, mi sono sentito un uomo
fortunato.
Guardi più spesso il cielo o la terra?
A questa domanda posso rispondere con certezza: guardo l'orizzonte.
Ho vissuto da sempre in periferia, tra la campagna e la città. Vedere
lo spazio a 360°, il sole tramontare e sorgere era un'abitudine. Quando
sono arrivato a Bologna da subito ho avvertito la mancanza dell'orizzonte.
Quali sono le cose che ti fanno palpitare il cuore?
Come ho già fatto intendere, mi basta una pietra. Un grande blocco
di pietra, tagliato perfettamente e posto il più lontano possibile dall'uomo...
Su un altopiano difficilmente raggiungibile, tra le steppe e i dirupi.
Perché è lì? Tra l'altro la sua altezza è di 20 metri e risale all'era
preistorica. Senza dubbio è lì non per essere ammirato dall'uomo, ma
dall'Universo intero. In Puglia e soprattutto in Sardegna ve ne sono
alcuni in posti improbabili, di dimensioni più modeste.
Se dovessi organizzare la tua prossima personale in un luogo
"impossibile", dove la immagini?
Al momento non penso ad un posto sperduto ma al massimo della centralità:
una cattedrale rivolta ad est. Magari una cattedrale paleocristiana,
dove realizzare un'opera verso cui la gente si ricompone pregando sottovoce
o chiedendo la grazia.
Bologna, 17 Settembre 2005
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Cosimo Terlizzi (Bitonto, 1973) vive e lavora a Bologna.
Ha al suo attivo numerose presenze a mostre e concorsi di arte contemporanea
sia in Italia che all'estero.
Principali mostre personali
2005
deCARITATE, URB_10, a cura di Andrea Cioschi e Antonio D'Orazio, Bologna
2003
Je repète, a cura di Claudia Fabris, Tam, Padova
2002
La rosa necessaria, a cura di Lucia Di Roma, Stella Film-Spazio d'Arte,
Bari
2001
Medichina, a cura di Riccardo Lisi, Fabbrica, Losone
1998
Nadia, Luca & Roberto, (collaborazione con Nark Bkb) a cura di Daniele
Perra, Interno & Dum Dum, Bologna
Principali mostre collettive
2005
Premio Internazionale della performance, a cura di Fabio Cavallucci,
Centrale di Fies, Dro
Acsé, a cura di Andrea Bruciati, Villa delle Rose, Bologna
Non è più tempo, a cura di Andrea Cioschi, GAM, Bologna
2004
Icebreakers, a cura di Marco Altavilla, GAM, Bologna
On Air: video in onda dall'Italia, a cura di Andrea Bruciati, testo
Paola Capata, Galleria Comunale d'Arte Contemporanea, Monfalcone
2003
Space is still the place, a cura di Marco Altavilla, Officinema, Lumière,
Bologna
2002
Videoevento, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino
TTV, Performing Arts Screen, a cura di Fabio Bruschi, Riccione
2000
Differenti sensazioni, a cura di Gabriele Boccaccini, Cittadellarte,
Fondazione Michelangelo Pistoletto, Biella
Racines, arts dans la ville, a cura di F. Parmantier, E'cole des Beaux.Arts,
Saint-Etienne
Preview, a cura di Gino Giannuzzi, testo Elena Bordignon, Castel S.
Pietro Terme, Bologna
1999
Immaginale, a cura di Giovanna Quercia, Detour, Roma e Berlino
1998
L'immagine leggera, a cura di Alessandro Rais, Zisa, Palermo
Brain Machine, a cura di Giuliano Gavioli, Collegium Artisticum, Sarajevo