Abitante
sCulture
Clausura

 

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CHIARA PERGOLA
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di
Massimo Marchetti



Mi pare che nel tuo lavoro ci siano diversi elementi autobiografici.
Direi che in alcuni casi parto da me, ma non lavoro sull'autobiografia. Vorrei veramente arrivare altrove e il mio interesse per gli aspetti biografici nasce dal desiderio di mostrare la continuità tra sé e altro, tra pubblico e privato, tra vicenda personale e storia collettiva. In Clausura per esempio sono partita dai libri che si trovavano nella mia casa privata, ma li ho usati per costruire un nuovo tipo di abitazione aperta a tutti; poi con Epifania e sCulture ho modificato quegli stessi libri e li ho rimessi in circolazione portandoli in librerie pubbliche (la Libreria delle donne di Milano e Melbookstore a Bologna). Cambiando oggetto, in Abitante, che conosci bene, ho cercato di materializzare l'immagine di un'identità che si dilata e accoglie anche fisicamente gli altri, trasformando un mio abito in un tappeto che si può materialmente percorrere, una porta d'accesso più che un velo o un mascheramento. Anche per ragioni legate alla nostra sopravvivenza biologica noi ci percepiamo come individui chiusi e siamo portati a riferire le nostre sensazioni ad un interno ben delimitato; ma in effetti siamo "aperti" e comunichiamo con il cosiddetto esterno attraverso moltissimi canali. In un certo senso il mio lavoro è un tentativo di rendere visibile la permeabilità dei confini individuali e di ampliare la nostra reciproca com-prensione.

E come si innesta su questo il tema del dono?
Preferirei non ragionare in termini tematici e in realtà non ho mai lavorato esplicitamente sul dono; piuttosto in alcune occasioni (Viaggio marginale, Intoccabili, in parte Pezzenti) ho utilizzato lo scambio, come modalità per sollecitare un rapporto attivo con l'opera. Poi più sotterraneamente la mia ricerca è anche una riflessione sul processo di formazione del valore. Il nostro sistema economico è fagocitario e monetizza territori sempre più vasti dell'inutile e del gratuito. Così rischia di perdersi la capacità di dare un altro valore al gesto in sé, al fare senza un destino. Come artista provo a muovermi su questo crinale che separa le cose che da questo sistema sono escluse (e che potrei definire molto in generale come opere di cura in-sé e per-sé) da ciò che è definitivamente "utilizzato". Se vuoi in questo si può rintracciare l'idea del dono, perché cerco di tenere in equilibrio con me su questo crinale oggetti e pratiche naufraghe affinché siano Presenti. Ma è una strada molto difficile e comporta il permanere in una situazione contraddittoria: perché se come artista riesco a recuperare questi relitti, allora a mia volta li "utilizzo". E' un po' paradossale perché il successo di questo tentativo coinciderebbe con il suo fallimento...

I libri che sono molto presenti nel tuo lavoro come entrano in questo discorso?

Appunto perché sono tipicamente paradossali: vengono trattati come beni di consumo, ma non sono mai completamente consumabili; sono oggetti relazionali complessi e implicano un rapporto con il proprio interno che si riallaccia però al mondo. Mi interessa molto il libro come cosa-viva. E tornando a quanto detto sui confini individuali trovo che siano ottimi canali di comprensione. Poi li ho frequentati molto, sono sempre stati presenti nella mia vita, anche fisicamente; e pur essendomi letteralmente familiari è attraverso i libri che ho inizialmente sconfinato dal mio primo territorio.

Come nascono i titoli dei tuoi lavori? Mi pare che non agiscano in senso chiarificatorio, e che anzi li rendano ancora più ambigui. Penso a Fondamentale...
Credo che per cattiva abitudine ci si aspetti che il titolo fornisca una specie di interpretazione, di guida all'opera o di descrizione. Invece per me è importante che titolo e opera siano una cosa sola, che ci sia un rapporto organico e non didascalico. Quella che chiami ambiguità corrisponde a un certo senso di delusione o a una discrepanza che in realtà è proprio una via di ingresso.

Tornando all'oggetto concreto del tuo lavoro, non hai un campo di azione limitato ad una tecnica; ci sono delle caratteristiche comuni che tu apprezzi particolarmente, nelle diverse tecniche che utilizzi?
Ho una particolare attenzione per la fotografia, e ci sono gesti che molto semplicemente mi piace coltivare come ad esempio la stampa in camera oscura o più in generale ogni fase del processo fotografico su pellicola; forse perché c'è una buona integrazione di aspetti manuali con quelli meccanici senza che questi ultimi prendano il sopravvento, come accade invece nel digitale, dove il rapporto tra pensiero e macchina è quasi diretto. Uso però - ma forse con minor gioia - anche la fotografia digitale perché a volte mi serve questa immediatezza di immaginazione. Ma non abbandonerò mai del tutto l'analogico.

E poi amo moltissimo disegnare anche se il mio lavoro in genere non consiste di disegni in senso stretto; ma se abbracciamo il termine nel suo significato più ampio e progettuale direi che sono soprattutto una "disegnatrice".

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Chiara Pergola è nata nel 1968 a Modena