"LA CITTA' INK'OLTA" performance, Milano 2003
"LA CITTA' INK'OLTA" performance, Milano 2003"BIG", fotografia, 2002"MENDING", video, 2002"UNEASY GROWTH", fotografia, 2002



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SABRINA MUZI
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di
Luca Panaro


Il video sembra il mezzo più utilizzato nei tuoi lavori…
Il linguaggio che ho maggiormente sviluppato è appunto quello del video realizzando anche installazioni video-sonore con più proiezioni simultanee, ma in passato ho realizzato anche installazioni oggettuali e due installazioni interattive in collaborazione con altri artisti. Ultimamente lavoro molto con video e fotografia, due linguaggi molto vicini e allo stesso tempo molto differenti tra loro da un punto di vista comunicativo.

In due lavori di qualche anno fa, Tatatatà (1998) e Good Morning (1999), c'è un'evidente componente narrativa, anche se le storie che metti in campo potrebbero proseguire all'infinito, spesso senza soluzione…
Spesso i miei video sono concepiti per restituire una dinamica, un meccanismo perverso da cui sembra impossibile uscire, non mi interessa raccontare storie anche se c'è una messa in scena, a volte una fiction… I protagonisti del video "Tatatata'" sono dei bambini che si incontrano e si scambiano giocattoli, tra questi c'è una pistola apparentemente innocua. Ma quando la impugnano uccidono i passanti che sono sempre degli adulti. Il video non ha audio ma l'unico suono che si sente è lo sparo di una pistola vera. L'azione ripetuta dello scambio e dello sparo riportano ad un'infanzia perduta, dove l'adulto diventa un modello simbolico di castrazione della creatività. Il concetto sviluppato in "Good Morning" è invece quello dell'identità sociale e relative convinzioni ad esso annesse. Ho utilizzato quattro personaggi che rappresentavano quattro ruoli sociali, quindi quattro ruoli professionali. Nella società contemporanea, in particolare quella occidentale e capitalistica il ruolo sociale è identificato con il ruolo professionale. Un professore, un agente di commercio, un poliziotto e una prostituta, interpretati da due personaggi maschili e due femminili, si preparano, attraverso il momento della vestizione, al mondo esterno per rendersi accettabili all'occhio del sociale e nell'arco di quattro episodi si scambiano i ruoli, fino a interpretarli tutti. Quindi, oltre allo scambio professionale, c'è lo scambio del ruolo sessuale. Una specie di boicottaggio nei confronti delle convenzioni sociali, che si cortocircuitano mettendo in evidenza il gioco di ruoli della società specialistica.

Nella video installazione "False Time" entri in gioco come interprete insieme agli altri attori, qual è il tema di questo lavoro?
E' un lavoro sull'importanza dell'incontro e sulla possibilità di viverlo all'interno di una realtà urbana sovraccarica di informazioni, di stimoli… Quindi un lavoro sulla città, come crocevia di situazioni, eventi, incontri, luogo creatore di rapporti umani e allo stesso tempo magma superficiale che spazza via o sorvola su ogni approfondimento.
Il lavoro è costruito su due tempi, quello rallentato in cui io stessa incontro dei miei amici e lo sfondo velocizzato della città nella quale noi ci muoviamo. La lentezza dei nostri movimenti da valore all'incontro, coscienzializzando certi tratti che altrimenti cadrebbero nell'indistinto traffico informazionale quotidiano, qui reso più sfuggente dalla velocizzazione temporale dello sfondo urbano.

Parlaci di "Tortures", come nasce questo lavoro?
"Tortures" è un lavoro che ho realizzato nell'ambito di una residenza per artisti in Florida nel novembre 2001, quindi nel periodo immediatamente successivo all'11 settembre, e perdipiù proprio negli Stati Uniti. L'idea di affrontare questo tema l'avevo già in mente ma senz'altro la situazione del momento ha contribuito allo sviluppo di questo lavoro. E' stato presentato sia come installazione, con tre proiezioni simultanee, sia come visione unica, con i tre video che si susseguono.
E' una riflessione sulla tortura e si manifesta in tre diverse forme. Nel primo video sono impossibilitata a parlare e a vedere, con relativa limitazione della libertà in cui una persona viene ridotta a un essere senza volto, senza identità. Nel secondo video invece pongo una riflessione sul discorso del territorio disegnando col piede sulla sabbia un rettangolo dal quale vengo inevitabilmente cacciata. La caratteristica di questa operazione è quella di una "non resa", di una resistenza ad affermare se stessi, la propria identità, a difendere un proprio spazio fisico, mentale, uno spazio di espressività, nonostante questa situazione di conflittualità.

Questa conflittualità è vissuta come un gioco oppure esiste una reale sofferenza?
Effettivamente la persona che mi "torturava" lo faceva veramente, mi chiudeva con forza la bocca e gli occhi. Una dimensione più ludica è forse quella visibile nel terzo video. In questo caso mi accingo a costruire casette con delle normali carte da poker. Anche qui si ripete la tematica del vincitore/perdente e della resistenza nel non demordere nonostante i continui assalti del "nemico" che cerca di impedirmi la costruzione.

Dopo questa esperienza americana come procede la tua ricerca?
Il tema del disagio, è l'aspetto della mia ricerca che sempre più si sta radicalizzando, affievolendo a volte quella componente ironica presente nei primi lavori, come artista e come donna penso che oggi ci sia meno spazio per l'ironia. Porto avanti questo discorso anche attraverso l'autointerpretazione, iniziata col video "False time", dove l'operazione artistica si fonde con la mia vita. C'è questa esigenza di rivelare una coscienza dell'artista che si mischia in mezzo alla gente. Questo è visibile anche nel lavoro fotografico "Uneasy growth", in cui cammino per strada mischiandomi fra la gente estraendo dai vestiti uno strascico di fiori appassiti. L'azione crea una situazione di curiosità fra le persone che assistono alla performance, ma allo stesso tempo si legge dalle loro espressioni una situazione di disagio. Questo disagio viene rivelato al mondo grazie alla figura dell'artista che fa di se stesso un veicolo di trasmissione.

Quindi la tua presenza è uno strumento di comunicazione?
L'artista è un filtro, è un mediatore, un catalizzatore della realtà. Attraverso il suo lavoro egli rivela possibili modi di sentire e interpretare il mondo.

Ami rapportarti con il tuo pubblico?
Cerco sempre un'interazione col fruitore, con la consapevolezza dell'esistenza di vari livelli di fruizione da parte dello spettatore.

Ti senti vicina alla ricerca di qualche artista contemporaneo?
Mi interessa il lavoro di diversi artisti, e non per forza di quelli che fanno un lavoro vicino al mio. Sono colpita da lavori che riescono a trasmettermi un'intensità, qualcosa che non riesci a digerire subito ma ti torna continuamente in mente…
Mi piace il lavoro di Sam Taylor-Wood ,Nan Goldin, Annika Larson, Gary Hill, Marina Abramovic…

Anche in "Mending" e in "Accerchiamento" sei la protagonista della tua operazione artistica...
"Mending" nasce come video e contemporaneamente come lavoro fotografico.
Il soggetto è l'arancio, un elemento organico come lo era il fiore in "Uneasy growth". Le arance che ho utilizzato sono "ferite" e quindi la mia operazione consiste nel ripararle cucendole. Anche dopo la riparazione queste ferite rimangono evidenti, rimane il segno di una lacerazione esistenziale, storica, che si rivolge ad una ferita psicologica, fisica, ecologica... Il fatto di utilizzare anche la fotografia rende più drammatica l'operazione. Nel video, essendo ben documentato il gesto della riparazione, la soluzione sembra più vicina. Nella foto invece, è più visibile il segno di una ferita perenne che non svanisce con la riparazione, anzi i punti di sutura sembrano accentuare la drammaticità della scena.
Nel video "Accerchiamento" invece vengo accerchiata da uomini vestiti di scuro che formano una barriera impedendomi di uscire. Evidenti sono i richiami con "Tortures". Il lavoro si sviluppa attraverso l'azione continua di costrizione e resistenza che si crea tra entità di gruppo e singolo, tra sistema costituito e diverso. Nel video cerco inutilmente di uscire dall'accerchiamento riflettendo ancora sulle limitazioni e sulla necessità di salvaguardare il proprio spazio vitale.

Concludiamo con i tuoi ultimi lavori…
Nel video "Big" l'azione di costrizione è inferta da me stessa quasi come atto autopunitivo o coscienziale indossando un abito sull'altro fino a raggiungere un sovradimensionamento del mio corpo e la conseguente immobilità.
Il desiderio di accumulo e accrescimento producono l'effetto di limitazione del proprio campo d'azione; lo spazio che con la propria dimensione si va ad occupare diventa spazio negato, si restringe man mano che il soggetto ingrandisce in quanto produce perdita di controllo e capacità di gestione e riduce l'azione frenetica dell'appropriazione a stasi.

…in "Rimozioni”…
"Rimozioni" è invece un lavoro in cui tento un'azione liberatoria. L'oggetto è l'abitazione, luogo/rifugio che si apre all'esterno attraverso il gesto di scardinamento delle porte che io stessa compio creando un passaggio di libero accesso. L'azione del "rimuovere" caratterizza questo lavoro, intesa come atto fisico liberatorio del togliere, oltre che come processo psicologico difensivo, che altresì libera, ma attraverso una chiusura verso ciò che si suppone inconsciamente preferibile non ricordare.
Questo gesto che io compio è un tentativo rivolto all'esterno, una domanda , una proposta, un momento volitivo che crea un'apertura, un flusso di possibilità tra sé e l'altro da sé.

Particolarmente interessante è il lavoro realizzato a Milano…
"La città ink'olta" è un lavoro che nasce da un progetto ideato da UndoNet in concomitanza con il Salone del Mobile, in cui mi era stato chiesto un lavoro sul tema della città e sul concetto di arredo urbano, da svilupparsi come performance.
Ho pensato ad un lavoro che tenesse conto di certi aspetti trascurati o considerati marginali, sia da un punto di vista architettonico-urbanistico che da un punto di vista sociale. Ho cercato quindi luoghi di degrado e situazioni di disagio che possono formarsi in una città.
Il lavoro si è sviluppato in più tempi: un'iniziale ricognizione del territorio in cui ho scattato fotografie di luoghi e situazioni, da queste fotografie ho poi realizzato e stampato delle cartoline ed infine l'azione culminante consisteva nel pormi come venditrice abusiva nella piazza, luogo scelto per la performance. Le cartoline messe in vendita erano poste su un telo bianco steso a terra; il pubblico era quello della gente comune che passava. I luoghi e le situazioni fotografate parlavano di un'altra città, quella che solitamente non finisce in cartolina, le persone erano incuriosite e questo ha fatto in modo che il momento della vendita si è realizzato, naturalmente il prezzo era basso, proporzionale a quello che avrebbe fatto un abusivo qualsiasi che vende cd copiati o collanine. La mia performance diventava così come una di quelle situazioni fotografate e riportate in cartolina: anche l'artista rivela un disagio nel suo tentativo di relazionarsi con l'esterno, di avere un riconoscimento all'interno della società e di poter quindi vivere con il proprio lavoro.

5 maggio 2003
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Sabrina Muzi è nata nel 1964 a San Benedetto del Tronto
www.sabrinamuzi.it