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PAOLO GIOLI
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di Elisabetta Valente



Guardando le sue foto, sembra di ritornare alle origini della fotografia. Lei recupera nel suo lavoro il “mistero inquietante” delle prime immagini, come se per lei fosse necessario ricominciare dal grado zero della fotografia, fosse necessario cioè reinventarla.
Ho incominciato dedicando un omaggio a Ippolite Bayard. Bayard lo troverai nella storia della fotografia, è fondamentale! E’uno dei quattro inventori della fotografia insieme a Nièpce, Daguerre e Talbot. Talbot faceva il negativo, lo metteva sopra un altro pezzetto di carta sensibile, gli dava la luce e otteneva un positivo. Bayard, invece, è stato il primo a fare la fotografia in positivo diretto, come la Polaroid, in cui non c’è negativo. In quel periodo stavo lavorando con la Polaroid che è positivo unico diretto, e riandando alla storia vedo che “qualcuno” lo aveva già fatto, aveva già concepito di avere subito un’immagine positiva… e non un negativo per ricavarne un positivo! L’ho fatto involontariamente, un grande omaggio e un riconoscimento enorme a questo pioniere della fotografia! Per cui tutto è partito non per fare la fotografia a modo di… o all’antica… quello lo fanno i fotoamatori! Il “positivo” era la mia materia, diretta, immediata, sessanta secondi… e l’immagine! E mi sono identificato con lui che faceva il “positivo”! Anche l’inventore della Polaroid, però, ci ha dato il colore immediato. Si, ma grazie a Bayard, lui ha realizzato questa cosa!

So che lei ha fatto dei film raccogliendo immagini da scarti di pellicole ritrovate, ma anche con immagini sue… vero?
Si. Ho preso la pellicola, e dentro i fotogrammi sono andato a cercare le immagini che mi interessavano, e le ho stampate. Sono fotogrammi di film, non sono fatti con la macchina fotografica, non sono scatti. Fan parte di una sequenza e io sono andato a cavar fuori quello che mi interessava! Il libro Fotografie – Dipinti – Grafica – Film, è un cine-libro, essenzialmente legato a quello… Ogni mio film, ha un carattere fortemente sperimentale, andrebbe spiegato uno per uno perché se non conosci il meccanismo all’interno, perdi il significato del film! Il meccanismo con cui è stato eseguito è un elemento fondamentale per dare un giudizio finale! Dove il gesto sperimentale ha portato a estreme conseguenze, lo devi sapere… ogni mio film ha una caratteristica di invenzione all’interno! Io facevo tutto questo senza macchina fotografica, usavo la cinepresa facendo degli scatti singoli, poi ingrandivo lo scatto. Non avevo l’impellenza della macchina fotografica, non mi interessava! Anche l’uso della mano come otturatore: non c’è nella storia della fotografia! Ma non l’ho mica fatto per distinguermi! Ho avuto il piacere di farlo come ricerca personale! Una cosa se vuoi farla, la fai. Non te lo impone nessuno. Non devi avere limiti tecnici.

La polaroid ha il suo formato e la sua carta, ma lei trasferiva la fotografia su carta da disegno e su seta…
Ho fatto tutti i formati, quello grande è fatto con un rullo di pellicola che poi mi taglio io, e creavo dei formati miei, che la Polaroid non ha mai visto. Scopri altre cose, non per andar contro, ma per il gusto di scoprire, di trovare soluzioni! Allora: levi il supporto Polaroid, lo sviluppo lo separi immediatamente, subito, non aspetti sessanta secondi, altrimenti l’immagine va a finire sulla carta perché c’è un liquido molto corrosivo che stacca l’immagine colorante. Poi, lo metti a contatto con un foglio di carta o seta, lo schiacci per bene e l’immagine si attacca sulla carta.

E perché sotto le foto vengono riportate le parole “albume” o “acrilici”?

Preparavo la carta invece di lasciarla bianca. Volevo contaminare la tecnica della preparazione dei colori. Quando si preparavano i colori, in antichità, si usavano l’albume e il tuorlo rosso impastati con i colori… sono dei leganti fortissimi! Allora io, venendo dalla pittura, volevo veder questa cosa sofisticata come la Polaroid come reagiva sulla “cosa antica” dell’uovo. Ma io non mescolavo la Polaroid. La Polaroid andava sempre alla fine. Quelle carte preparate così, aspettavano l’immagine, era contaminazione con delle discipline antiche. Tutto quello che è sofisticato oggi, di ritrovato sulla fotografia… mi piace vedere cosa succede contaminandolo con le discipline antiche della pittura!

Le immagini che lei costruisce sembrano il risultato di un procedimento alchemico, e non la mera applicazione di una tecnologia avanzata…
Le infiltrazioni di luce in un ambiente buio, sono immagini che entrano… basterà coglierle! Nel foro stenopeico non c’è la lente, così hai modo di raccogliere la natura e vedere come viene senza lente: un’immagine un po’ opaca, un po’ offuscata, non molto definita, perché i raggi creano un punto di confusione, mentre la lente concentra i raggi su un punto, devia con precisione. All’occhio non è dato poter vedere senza lente mentre le immagini le possiamo raccogliere senza lenti… hai questa possibilità! Ho fatto un libro con il foro di una conchiglia, l’ho chiamato “la conchiglia dissoluta” perché ho fatto immagini erotiche, dato che LEI fosse dissoluta… non l’autore! Però, insomma, ho fatto un ciclo di opere e ho chiuso li… mica ho dedicato tutta la mia vita. C’era questo interesse, questa curiosità, finito il ciclo di opere, ho chiuso.

Nel leggere il suo lavoro, c’è chi ha fatto riferimento ad una dimensione rituale: le sue opere, “camere” associate a “strumenti di tortura”, dove il soggetto ripreso vive il tempo dell’immagine, l’attimo, all’interno del “RITO STENOPEICO”.

Il termine è letterario, puramente letterario, non c’è tortura. In “Gran Positivo nel crudele spazio stenopeico” io ho scritto “spazio crudele” e “spazio stenopeico” nel senso che è una disciplina duretta, ti devi dedicare per avere dei risultati! Butti anche nove immagini su dieci, però, la decima è eccellente! E’ “crudele”, nel senso che ti punisce molto, prima di ottenere il riultato! Mentre con la camera fotografica, scatti, e viene sempre l’immagine! Te l’assicura!

Che ruolo gioca il foro stenopeico nel suo lavoro?

L’ho fatto per un periodo, è un aspetto… come un passaggio di un’attività, chiarite tutte le cose... basta! Mica puoi aggiungere più di tanto! Piuttosto… c’è un’esplosione, una moda del foro stenopeico, e devi immaginare che qualcuno deve aver contribuito… e chi è questo qualcuno? Io.

Quindi è stato solo un periodo di sperimentazione?
No, è tutt’ora!

Allora non finirà mai la sua ricerca col foro stenopeico!?
Torna. Perché passando il tempo capisci altre cose. Come riprendere la luna: come fai col foro stenopeico? Con un forellino, di notte, senza luce? La luna ha molta luce, ma devi trovare un tubo di cartone per ingrandire la focale… deve essere molto lunga! E come fai a centrarla? Io l’ho fatto. Ci ho fatto un libro: l’ho trasformata a colori sulla Polaroid, l’ho stampata su una pellicola a colori… e l’ho ripresa con un tubo! Io ho raccolto la luna, non l’ha mai fatto nessuno al mondo!

Perché nel suo lavoro creativo sull’immagine e con l’immagine, lei insiste sul corpo, sui frammenti del corpo? Ignorando le figure intere lei non da molta importanza ai soggetti, è un modo di reagire agli stereotipi visivi, alla “NARRATIVITA’ CONVENZIONALE”?
Sono costretto, per rappresentare una situazione drammatica del corpo. Recitare, la tensione, è tutto molto complesso: o lo senti o non lo senti. Molte persone sentono l’importanza del momento, per esempio chi si occupa di fotografia, capisce che è un momento interessante, partecipa a un’esperienza, seria, impegnativa, e allora non hanno neanche più paura di mostrarsi. Capiscono che non è voyerismo, spiare… sto facendo un nudo! Non chiedo cose oscene, niente, non me ne frega niente, deve arrivare a una sua sensualità, una presenza archetipo, primitiva: il corpo è corpo! E’ uno strumento complesso… è impegnativo: in tutte le età hanno affrontato il corpo umano, e poi, il corpo e anche erotismo! Non occorre mettere in una posa erotica una persona, può essere eroticissima senza nessuna posa, così come è, semplice, sempre in piedi come fosse una visita militare. E non è una fotografia che può essere elaborata in nessuna maniera dopo che io ho fatto un colpo di flash… a mano tra l’altro!

Riguardo la sua tecnica, lei ha dichiarato che bisognerebbe glorificare il cibachrome, un materiale di altissima qualità. Sul piano creativo quali sono le possibilità fornite dalla Polaroid?
Ho cominciato con la Polaroid, perché prima ho ricevuto per caso la Polaroid… non avevo i soldi per comprarla! Lavoravo con l’impegno di fare una buona cosa che potesse rimanere, in modo creativo e sperimentale! Andare a rivedere le origini per una riflessione continua, per una rilettura dell’immagine, della fotografia e del cinema. Non è stata una riproposizione per dire: “voglio rifare quell’ atmosfera”… no, quella è nostalgia insulsa, non centra niente. Io lo faccio per studiare e uso una materia ultrasofisticata, tecnologica, coma la Polaroid: un concentrato massimo di tecnologia raffinata e di ricerche di anni! Cibachrome è la carta colore dove si stampavano le diapositive. È un altro positivo diretto, come la Polaroid. Era usata per stampare le diapositive, io invece la usavo mettendo la carta direttamente nella camera stenopeica! Che ci sia ottica o no, il Cibachrome è un materiale resistente nel tempo, che ha dato dimostrazione di non far sparire l’immagine. E’ quello che dura più di tutti, non c’è niente da fare! Nella fotografia a colori, nel Cibachrome, hanno avuto l’idea di usare i colori dei vestiti, i colori azoici. Quelli non andranno mai via e sono i più stabili. Cibachrome è la fotografia a colori più stabile che sia mai stata fatta fino ad oggi, con essa è difficile che vada via il colore!

6 giugno 2010
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Paolo Gioli è nato nel 1942 a Sarzano
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